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UNA MUTAZIONE GENETICA: IL LAVORO TRA DESIDERIO E DEGRADO
La crisi del "lavoro" è un dato di fatto assodato
nel dibattito, politico, sociale ed amministrativo, un dato così
assodato che di regola si soprassiede da un minimo di analisi
del fenomeno per discettare sulle possibili soluzioni: sviluppo
di infrastrutture, agevolazioni per gli investitori, aumento della
flessibilità nel mercato del lavoro e nel rapporto di lavoro,
riduzione del costo del lavoro.
L'argomento forte, sostenuto - certo con diverse sfumature - pressoché
unanimemente dai diversi schieramenti politici e sociali e avversato
solo da piccole minoranze politiche, sindacali ed ecologiste,
è racchiuso nell'assioma che vuole ogni possibilità
di sviluppo economico e quindi di produzione dell'energia indispensabile
per dare impulso al volano dell'occupazione, all'interno della
competizione imposta dal processo di globalizzazione in atto.
In sostanza l'imperativo assoluto è la competitività,
la riduzione dei costi, l'offerta agli investitori del territorio
e delle risorse al più basso prezzo possibile.
Le domande di flessibilità nel rapporto di lavoro e di
liberalizzazione delle procedure di avviamento al lavoro sono
addirittura assillanti ed ai presunti ritardi del legislatore
e della macchina burocratica vengono imputate le responsabilità
della stagnazione economica e della crisi occupazionale. Ai giovani
e meno giovani senza lavoro si prospetta uno sviluppo impetuoso
delle opportunità di lavoro in cambio della rinuncia a
quelle tutele e a quelle garanzie che in quasi cento anni di legislazione
sociale avevano sostenuto le parti di quella che nella dottrina
giuslavoristica è il contraente debole del contratto di
lavoro: il lavoratore. Anzi, queste tutele e queste garanzie vengono
dipinte come privilegi di un'aristocrazia operaia ottusa e chiusa
alle esigenze di una modernità in grado di offrire nuove
e straordinarie occasioni di lavoro alle nuove generazioni.
Ma qual è effettivamente lo "stato dell'arte"
in tema di lavoro oggi in Italia? In altra parte del volantone
si disegna sottoforma di glossario la mappa delle forme di lavoro
atipiche proliferate in questi anni. Più avanti in queste
righe si osserva come già oggi in Italia il 48% (dati ottobre
'99) delle assunzioni sono monopolizzate dalle forme atipiche
che passano per le strutture di collocamento.
Se poi a queste si aggiungono le forme che al collocamento sfuggono,
come il lavoro interinale (in affitto) e le collaborazioni coordinate
e continuative, o che si presentano come impiego sussidiato di
disoccupati (borse lavoro, piani di inserimento professionali
e lavori socialmente utili), appare evidente come queste forme
atipiche assorbano già da sole la stragrande maggioranza
dei nuovi rapporti di lavoro. Ma non basta, occorre a questo proposito
ricordare che dal 1986 in Italia è scomparsa ogni forma
di assunzione numerica a favore delle assunzioni nominative a
totale discrezione del datore di lavoro.
Data questa situazione chi scrive non comprende quali forme di
ulteriore flessibilità sia possibile introdurre sul mercato
del lavoro se non una totale deregolamentazione che aggiunga alla
totale libertà di scelta già appannaggio del datore
di lavoro, anche il totale ed incontrollato arbitrio del più
forte. Per quanto attiene alla gestione e alla flessibilità
del rapporto di lavoro il glossario già menzionato e ancor
di più le testimonianze raccolte in altra parte del giornale
dimostrano come le forme di lavoro atipiche costituiscano già
di per loro una caduta verticale delle tutele e delle garanzie
poste dalla legislazione sociale a tutela del lavoro dipendente.
La richiesta di maggiore flessibilità deve perciò
essere riferita alla forza lavoro tradizionale residuale e ha
due obiettivi: la validità generale dei Contratti Collettivi
Nazionali di Lavoro e l'eliminazione delle tutele contro i licenziamenti
indiscriminati e cioè non motivati da una giusta causa
o da un giustificato motivo. Riferendosi, poi, al contenimento
del costo del lavoro bisogna dire che le forme atipiche già
menzionate sono in genere caratterizzate da un'esenzione contributiva
se non dalla completa gratuità della prestazione che è
remunerata dallo Stato (Borse lavoro, piani di inserimento professionale,
lavori socialmente utili). Ma a questo dato va aggiunto il fatto
che anche una significata percentuale di avviati a tempo indeterminato
fa godere i datori di lavoro di un'analoga esenzione contributiva.
Di fronte ad una siffatta situazione non è comunque possibile
per nessuno negare come ormai sia stato introdotto da tempo in
Italia un significativo grado di flessibilità del lavoro
e del suo mercato e di contenimento del costo del lavoro che comunque
venga giudicato (insufficiente, adeguato od eccessivo) riverbera
pesantemente i propri effetti sulla realtà socio-economica
ed occupazionale del territorio.
Dando credito alle tesi dei sostenitori della flessibilità
ci dovremmo aspettate almeno un tendenziale incremento dell'occupazione.
E' così? In effetti analizzando i dati ufficiali forniti
dall'ISTAT appare un dato sorprendente: l'occupazione in Italia
dovrebbe in effetti essere aumentata. Infatti dal rapporto tra
avviamenti al lavoro e cessazioni di rapporti di lavoro nel periodo
ottobre '97 - gennaio '99 si rileva un saldo attivo del 2,3% (circa
500.000 posti in più: 20.207.000 occupati contro 20.617.000).
Questo dato però entra immediatamente in contraddizione
con un'altra rilevazione: il numero di iscritti nelle liste di
collocamento nello stesso periodo è diminuito dello 0,3
%, per le persone in cerca di lavoro. Se questo dato è
determinato in primo luogo dagli inoccupati, ovvero dalle persone
in cerca di prima occupazione, contro un minore incremento di
disoccupati, e cioè di lavoratori che il lavoro lo hanno
perso, c'è però da rilevare che la categoria dei
disoccupati è ben rappresentata nel fenomeno dei "desaparesidos"
e cioè di coloro che periodicamente scompaiono dalle rilevazioni
statistiche. Per la legge italiana disoccupato o inoccupato è
solo colui che "timbra" annualmente il tesserino di
disoccupazione al collocamento e nel mese di dicembre gli uffici
procedono alle cancellazioni di coloro che non hanno adempiuto
all'obbligo nell'anno precedente. In questi anni sono così
svaniti nel nulla migliaia disoccupati e inoccupati. Certo, una
parte di questi avrà raggiunto i limiti d'età, un'altra
parte avrà avviato un'attività in proprio, una parte
ancora si iscriverà nuovamente al collocamento nell'anno
successivo, ma è comunque fuor di ogni dubbio che la disoccupazione
è un fenomeno in costante e drammatico aumento e se l'incremento
è in buona misura determinato dalla disoccupazione giovanile
(32,3 % sotto i 26 anni), appare drammatico il dato delle persone
in cerca di lavoro oltre i 35 anni che aumentano dal 5,5 % del
1997, al 5,9 % del 2000.
Analizzando del resto il grafico dell'andamento occupazionale
si nota che le curve degli avviamenti e delle cessazioni sono
estremamente frastagliate con fenomeni di picco, in un senso o
nell'altro, evidentemente legati a fattori diversi e non riconducibili
ad una possibile tendenza tutt'ora non definibile.
Come spiegare, allora, l'apparente contraddizione tra il significativo
saldo attivo tra avviati e licenziati (che dovrebbe significare
incremento dell'occupazione) e il contemporaneo drammatico aumento
della disoccupazione? Se si osservano le tipologie di avviamento
relative ai primi mesi dell'anno 2000 (dato omogeneo disponibile)
appare immediatamente evidente un primo elemento: il 64% del totale
degli avviamenti si riferiscono a rapporti di lavoro temporanei
e precari, cioè assunzioni a termine, Contratti di Formazione
Lavoro e rapporti di apprendistato; meno di un terzo di assunzioni
effettuate a tempo indeterminato si riferiscono alle cosiddette
fasce deboli (disoccupati e inoccupati di lunga durata, ovvero
con oltre 24 mesi di iscrizione al collocamento, lavoratori ultraquarantenni
posti in mobilità, ecc.) per l'assunzione dei quali il
datore di lavoro gode di particolari agevolazioni quali l'esenzione
contributiva. Nella sostanza del totale delle assunzioni effettuate
nel corso dei primi nove mesi del 2000 solo il un quarto risultano
essere assunzioni a tempo indeterminato soggette al regolare versamento
contributivo ai fini pensionistici.
Se a questo dato si aggiunge la rilevanza sul territorio negli
avviamenti del settore edile che, se pur effettuati a "tempo
indeterminato", si risolvono normalmente nel giro di qualche
mese per "ultimazione del cantiere", emerge allora chiaro
come il proliferare dei lavori atipici determini un incremento
delle procedure di assunzione e di licenziamento gonfiando il
volume di operazioni gestite dagli uffici senza però in
realtà determinare un reale incremento dei posti di lavoro.
Analizzando i dati scorporati per settore di attività emergono
ancora degli elementi significativi. Il terziario è di
gran lunga il settore che maggiormente contribuisce alla movimentazione
dei dati occupazionali. E' ancora il terziario che però
produce in maniera più pesante occupazione effimera.
L'agricoltura e la pubblica amministrazione, di contro, segnano
una sostanziale stagnazione contribuendo. Di contro i pochi posti
di lavoro creati nei due settori appaiono i meno effimeri visto.
Un discorso a parte merita l'esame del dato relativo ai settori
produttivi. Il dato risulta essere estremamente omogeneo con una
quota del sostanzialmente pari degli avviamenti, delle cessazioni.
Questi dati, se per le ragioni addotte non lasciano ragionevolmente
presupporre un reale incremento dei posti di lavoro effettivi,
non sembrano comunque suffragare un'ipotesi di contrazione occupazione
nel settore nonostante la lamentata perdita di posti di lavoro
nella grande industria. Questa contraddizione è in realtà
solo apparente, infatti il dato riportato si riferisce alla totalità
dei settori produttivi sia industriali che artigianali.
La contrazione occupazionale nella grande industria è nella
sostanza determinata più che da una riduzione del numero
di posti di lavoro, dal trasferimento di questi ad altre figure
dello stesso settore in seguito alle terziarizzazioni, alle esternalizzazioni
e agli appalti dei servizi, ovvero è determinata dalla
politica industriale adottata dalla stessa Confindustria.
Una valutazione complessiva dei dati riferiti porta allora a concludere
che la precarizzazione del lavoro in atto, e cioè la perdita
di garanzie e tutele del cosiddetto posto fisso determina, almeno
fino ad ora, un vorticoso incremento di episodi lavorativi senza
però produrre posti di lavoro aggiuntivi. Si ha nella sostanza
la sostituzione di posti di lavoro "fissi" con uno o
più episodi lavorativi contemporanei tra loro o scaglionati
nel tempo che non incidono - se non addirittura negativamente
- sul fenomeno della disoccupazione. L'aumento di competitività
e quindi della capacità di produrre ricchezza, pagato dai
soli lavoratori con una perdita secca di garanzie, si sviluppa
quindi a solo vantaggio dei datori di lavoro.
Quanto questo sia vero lo testimonia l'analisi, ad esempio, dei
dati relativi agli avviamenti con Contratti di Formazione Lavoro.
Essi riguardano per più del 50% ultraventiseienni. Questo
dato diviene assolutamente drammatico se si considera che i due
terzi degli avviati è di bassissima scolarizzazione e solo
meno del 2 % è costituito da laureati. Nella stragrande
maggioranza dei casi, cioè, ci si trova di fronte a lavoratori
che provengono da una lunga inoccupazione o disoccupazione o,
magari, da precedenti forme di lavoro precario e vedono in questa
forma di occupazione precaria forse l'ultima reale occasione per
la conquista di un'occupazione stabile.
Quanto questo sia vero è confermato dal dato drammatico
degli omicidi bianchi, che aumentano ogni anno di più.
Questo è il dato di fatto, lo "stato dell'arte"
al momento.Certo, lo sviluppo delle nuove tecnologie, la possibilità
di parcellizzazione che ne consegue del tempo e delle modalità
di lavoro potranno e possono in nuce offrire per il futuro nuove
opportunità di concepire un lavoro sempre più liberato,
ma nella realtà di ogni giorno per la stragrande maggioranza
delle persone, oggi, la decantata modernità si traduce
in null'altro che nell'antica angoscia del lunario da sbarcare.
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