Home page

Chi siamo

Introduzione

Piattaforma

Servizi e iniziative

Come e dove contattarci

Mostra fotografica di Tano D'Amico

Links

 

 

UNA MUTAZIONE GENETICA: IL LAVORO TRA DESIDERIO E DEGRADO

La crisi del "lavoro" è un dato di fatto assodato nel dibattito, politico, sociale ed amministrativo, un dato così assodato che di regola si soprassiede da un minimo di analisi del fenomeno per discettare sulle possibili soluzioni: sviluppo di infrastrutture, agevolazioni per gli investitori, aumento della flessibilità nel mercato del lavoro e nel rapporto di lavoro, riduzione del costo del lavoro.
L'argomento forte, sostenuto - certo con diverse sfumature - pressoché unanimemente dai diversi schieramenti politici e sociali e avversato solo da piccole minoranze politiche, sindacali ed ecologiste, è racchiuso nell'assioma che vuole ogni possibilità di sviluppo economico e quindi di produzione dell'energia indispensabile per dare impulso al volano dell'occupazione, all'interno della competizione imposta dal processo di globalizzazione in atto. In sostanza l'imperativo assoluto è la competitività, la riduzione dei costi, l'offerta agli investitori del territorio e delle risorse al più basso prezzo possibile.
Le domande di flessibilità nel rapporto di lavoro e di liberalizzazione delle procedure di avviamento al lavoro sono addirittura assillanti ed ai presunti ritardi del legislatore e della macchina burocratica vengono imputate le responsabilità della stagnazione economica e della crisi occupazionale. Ai giovani e meno giovani senza lavoro si prospetta uno sviluppo impetuoso delle opportunità di lavoro in cambio della rinuncia a quelle tutele e a quelle garanzie che in quasi cento anni di legislazione sociale avevano sostenuto le parti di quella che nella dottrina giuslavoristica è il contraente debole del contratto di lavoro: il lavoratore. Anzi, queste tutele e queste garanzie vengono dipinte come privilegi di un'aristocrazia operaia ottusa e chiusa alle esigenze di una modernità in grado di offrire nuove e straordinarie occasioni di lavoro alle nuove generazioni.
Ma qual è effettivamente lo "stato dell'arte" in tema di lavoro oggi in Italia? In altra parte del volantone si disegna sottoforma di glossario la mappa delle forme di lavoro atipiche proliferate in questi anni. Più avanti in queste righe si osserva come già oggi in Italia il 48% (dati ottobre '99) delle assunzioni sono monopolizzate dalle forme atipiche che passano per le strutture di collocamento.
Se poi a queste si aggiungono le forme che al collocamento sfuggono, come il lavoro interinale (in affitto) e le collaborazioni coordinate e continuative, o che si presentano come impiego sussidiato di disoccupati (borse lavoro, piani di inserimento professionali e lavori socialmente utili), appare evidente come queste forme atipiche assorbano già da sole la stragrande maggioranza dei nuovi rapporti di lavoro. Ma non basta, occorre a questo proposito ricordare che dal 1986 in Italia è scomparsa ogni forma di assunzione numerica a favore delle assunzioni nominative a totale discrezione del datore di lavoro.
Data questa situazione chi scrive non comprende quali forme di ulteriore flessibilità sia possibile introdurre sul mercato del lavoro se non una totale deregolamentazione che aggiunga alla totale libertà di scelta già appannaggio del datore di lavoro, anche il totale ed incontrollato arbitrio del più forte. Per quanto attiene alla gestione e alla flessibilità del rapporto di lavoro il glossario già menzionato e ancor di più le testimonianze raccolte in altra parte del giornale dimostrano come le forme di lavoro atipiche costituiscano già di per loro una caduta verticale delle tutele e delle garanzie poste dalla legislazione sociale a tutela del lavoro dipendente.
La richiesta di maggiore flessibilità deve perciò essere riferita alla forza lavoro tradizionale residuale e ha due obiettivi: la validità generale dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro e l'eliminazione delle tutele contro i licenziamenti indiscriminati e cioè non motivati da una giusta causa o da un giustificato motivo. Riferendosi, poi, al contenimento del costo del lavoro bisogna dire che le forme atipiche già menzionate sono in genere caratterizzate da un'esenzione contributiva se non dalla completa gratuità della prestazione che è remunerata dallo Stato (Borse lavoro, piani di inserimento professionale, lavori socialmente utili). Ma a questo dato va aggiunto il fatto che anche una significata percentuale di avviati a tempo indeterminato fa godere i datori di lavoro di un'analoga esenzione contributiva.
Di fronte ad una siffatta situazione non è comunque possibile per nessuno negare come ormai sia stato introdotto da tempo in Italia un significativo grado di flessibilità del lavoro e del suo mercato e di contenimento del costo del lavoro che comunque venga giudicato (insufficiente, adeguato od eccessivo) riverbera pesantemente i propri effetti sulla realtà socio-economica ed occupazionale del territorio.
Dando credito alle tesi dei sostenitori della flessibilità ci dovremmo aspettate almeno un tendenziale incremento dell'occupazione. E' così? In effetti analizzando i dati ufficiali forniti dall'ISTAT appare un dato sorprendente: l'occupazione in Italia dovrebbe in effetti essere aumentata. Infatti dal rapporto tra avviamenti al lavoro e cessazioni di rapporti di lavoro nel periodo ottobre '97 - gennaio '99 si rileva un saldo attivo del 2,3% (circa 500.000 posti in più: 20.207.000 occupati contro 20.617.000).
Questo dato però entra immediatamente in contraddizione con un'altra rilevazione: il numero di iscritti nelle liste di collocamento nello stesso periodo è diminuito dello 0,3 %, per le persone in cerca di lavoro. Se questo dato è determinato in primo luogo dagli inoccupati, ovvero dalle persone in cerca di prima occupazione, contro un minore incremento di disoccupati, e cioè di lavoratori che il lavoro lo hanno perso, c'è però da rilevare che la categoria dei disoccupati è ben rappresentata nel fenomeno dei "desaparesidos" e cioè di coloro che periodicamente scompaiono dalle rilevazioni statistiche. Per la legge italiana disoccupato o inoccupato è solo colui che "timbra" annualmente il tesserino di disoccupazione al collocamento e nel mese di dicembre gli uffici procedono alle cancellazioni di coloro che non hanno adempiuto all'obbligo nell'anno precedente. In questi anni sono così svaniti nel nulla migliaia disoccupati e inoccupati. Certo, una parte di questi avrà raggiunto i limiti d'età, un'altra parte avrà avviato un'attività in proprio, una parte ancora si iscriverà nuovamente al collocamento nell'anno successivo, ma è comunque fuor di ogni dubbio che la disoccupazione è un fenomeno in costante e drammatico aumento e se l'incremento è in buona misura determinato dalla disoccupazione giovanile (32,3 % sotto i 26 anni), appare drammatico il dato delle persone in cerca di lavoro oltre i 35 anni che aumentano dal 5,5 % del 1997, al 5,9 % del 2000.
Analizzando del resto il grafico dell'andamento occupazionale si nota che le curve degli avviamenti e delle cessazioni sono estremamente frastagliate con fenomeni di picco, in un senso o nell'altro, evidentemente legati a fattori diversi e non riconducibili ad una possibile tendenza tutt'ora non definibile.
Come spiegare, allora, l'apparente contraddizione tra il significativo saldo attivo tra avviati e licenziati (che dovrebbe significare incremento dell'occupazione) e il contemporaneo drammatico aumento della disoccupazione? Se si osservano le tipologie di avviamento relative ai primi mesi dell'anno 2000 (dato omogeneo disponibile) appare immediatamente evidente un primo elemento: il 64% del totale degli avviamenti si riferiscono a rapporti di lavoro temporanei e precari, cioè assunzioni a termine, Contratti di Formazione Lavoro e rapporti di apprendistato; meno di un terzo di assunzioni effettuate a tempo indeterminato si riferiscono alle cosiddette fasce deboli (disoccupati e inoccupati di lunga durata, ovvero con oltre 24 mesi di iscrizione al collocamento, lavoratori ultraquarantenni posti in mobilità, ecc.) per l'assunzione dei quali il datore di lavoro gode di particolari agevolazioni quali l'esenzione contributiva. Nella sostanza del totale delle assunzioni effettuate nel corso dei primi nove mesi del 2000 solo il un quarto risultano essere assunzioni a tempo indeterminato soggette al regolare versamento contributivo ai fini pensionistici.
Se a questo dato si aggiunge la rilevanza sul territorio negli avviamenti del settore edile che, se pur effettuati a "tempo indeterminato", si risolvono normalmente nel giro di qualche mese per "ultimazione del cantiere", emerge allora chiaro come il proliferare dei lavori atipici determini un incremento delle procedure di assunzione e di licenziamento gonfiando il volume di operazioni gestite dagli uffici senza però in realtà determinare un reale incremento dei posti di lavoro.
Analizzando i dati scorporati per settore di attività emergono ancora degli elementi significativi. Il terziario è di gran lunga il settore che maggiormente contribuisce alla movimentazione dei dati occupazionali. E' ancora il terziario che però produce in maniera più pesante occupazione effimera.
L'agricoltura e la pubblica amministrazione, di contro, segnano una sostanziale stagnazione contribuendo. Di contro i pochi posti di lavoro creati nei due settori appaiono i meno effimeri visto.
Un discorso a parte merita l'esame del dato relativo ai settori produttivi. Il dato risulta essere estremamente omogeneo con una quota del sostanzialmente pari degli avviamenti, delle cessazioni. Questi dati, se per le ragioni addotte non lasciano ragionevolmente presupporre un reale incremento dei posti di lavoro effettivi, non sembrano comunque suffragare un'ipotesi di contrazione occupazione nel settore nonostante la lamentata perdita di posti di lavoro nella grande industria. Questa contraddizione è in realtà solo apparente, infatti il dato riportato si riferisce alla totalità dei settori produttivi sia industriali che artigianali.
La contrazione occupazionale nella grande industria è nella sostanza determinata più che da una riduzione del numero di posti di lavoro, dal trasferimento di questi ad altre figure dello stesso settore in seguito alle terziarizzazioni, alle esternalizzazioni e agli appalti dei servizi, ovvero è determinata dalla politica industriale adottata dalla stessa Confindustria.
Una valutazione complessiva dei dati riferiti porta allora a concludere che la precarizzazione del lavoro in atto, e cioè la perdita di garanzie e tutele del cosiddetto posto fisso determina, almeno fino ad ora, un vorticoso incremento di episodi lavorativi senza però produrre posti di lavoro aggiuntivi. Si ha nella sostanza la sostituzione di posti di lavoro "fissi" con uno o più episodi lavorativi contemporanei tra loro o scaglionati nel tempo che non incidono - se non addirittura negativamente - sul fenomeno della disoccupazione. L'aumento di competitività e quindi della capacità di produrre ricchezza, pagato dai soli lavoratori con una perdita secca di garanzie, si sviluppa quindi a solo vantaggio dei datori di lavoro.
Quanto questo sia vero lo testimonia l'analisi, ad esempio, dei dati relativi agli avviamenti con Contratti di Formazione Lavoro. Essi riguardano per più del 50% ultraventiseienni. Questo dato diviene assolutamente drammatico se si considera che i due terzi degli avviati è di bassissima scolarizzazione e solo meno del 2 % è costituito da laureati. Nella stragrande maggioranza dei casi, cioè, ci si trova di fronte a lavoratori che provengono da una lunga inoccupazione o disoccupazione o, magari, da precedenti forme di lavoro precario e vedono in questa forma di occupazione precaria forse l'ultima reale occasione per la conquista di un'occupazione stabile.
Quanto questo sia vero è confermato dal dato drammatico degli omicidi bianchi, che aumentano ogni anno di più.
Questo è il dato di fatto, lo "stato dell'arte" al momento.Certo, lo sviluppo delle nuove tecnologie, la possibilità di parcellizzazione che ne consegue del tempo e delle modalità di lavoro potranno e possono in nuce offrire per il futuro nuove opportunità di concepire un lavoro sempre più liberato, ma nella realtà di ogni giorno per la stragrande maggioranza delle persone, oggi, la decantata modernità si traduce in null'altro che nell'antica angoscia del lunario da sbarcare.

Progetto grafico: Andrea Gileno - Visual Communication Projets